La Rassegna Internazionale

15 avril 1903

 

Gian Petro Lucini

 

ANDRÉ GIDE ED IL SUO « IMMORALISTE »

 

Vi presento André Gide. Se il nome non vi è nuovo e l’opera di lui non astrusa o sconosciuta, ne ho piacere : se voi ignorate e l’uno e l’altra, permettetemi che ve ne dica prestamente un poco.

Vallotton, di una matita sobria, incisiva e decisa, traccia la maschera ; vedetelo. Occhi lineati, profondi e ciliati ; fronte alta e candida ; il naso si perde nei baffi bruni, che spiovono, senza preoccupazione di pose retrousses ; la barba, anche bruna, si appunta al mento e lascia glabre le guancie. Con sprezzatura estetica, un mantello gli drappeggia le spalle ; un feltro, a larghe tese, le copre. Noi cerchiamo, a complemento, la piuma rossa al cappello e l'impugnatura di una daga a pungere sul lato destro, sotto le pieghe, per rinnovarci davanti intiera la figura di un condottiero italiano della rinascenza : l’azione di questo guerriero non sarà di battaglia ; aggiungerà, al gesto deciso e vittorioso, un sorriso d’ironia o di commiserazione per sè e per li altri ; Vitelleschi o Giovanni delle Bande Nere in letteratura, insistente nella vita, non conformista e spregiudicato, poeta di esistenze, per quanto faticate, libero ed insofferente.

 

O meglio, se la grafica sommaria del Vallotton non è abbastanza esplicita, Henry Bataille ci porge una litografia che lo rappresenta nel morale. Gide, riversato sopra il legno scolpito di una poltrona, di sotto ai baffi la bocca chiusa, li occhi socchiusi, appare stanco di quanto ha detto e di ciò che dirà. Nota il De Miomandre : « La bocca sta per tacere : li occhi di una finezza e di un acume inesprimibili sembrano sorridere del cattiva successo in faccia alli straniti ascoltatori ed insieme gustare il piacere di una rara e mutua corresponsione, insospettata. »

 

Perchè André Gide usa del paradosso. Vi fa brillare davanti una idea, una piccola stella lucentissima, nel campo bujo di un cielo notturno ; si ballocca colla idea, giocoliere di stelle come il gigante di Rops ; vi abbacina, per un istante, quello splendore ; l’abbandona ridendo ; la lascia cadere nelle tenebre e vi intenebra, e, ridendo, dopo una pausa di ombre, di dubio, o disperazione mentale, eccovelo ritto, di fronte, maneggiando, discobolo critico, con negligenza di passaggi e di transizioni, un’ altra stella, l’opposta, l’antitetica, l’inconciliabile della prima, un’ idea antagonista che racchiude il concetto in totalità, sul drama interno a pena annunciato dal primo e dall’ultimo fattore. André Gide non si attarda a spiegarvi i motivi e vi porge il risultato.

 

Così, egli si dice fuori, con molta grazia e con molta ritrosia, con una specie di pudore : Les Cahiers d’André Walter, e Les Poésies d’André Walter (suoi primi volumi), anonimi lo raccontano, subbiettivo. Egli, nella ricerca di sè stesso, dalle sensazioni immagazzinate e rese forme della propria persona, per una chimica occulta, per un combinarsi incosciente di elementi simpatici, per una seguìta metamorfosi, estrae i pensieri ; pensieri, fenomeni di sè stesso, aneddoti speciali e curiosi ; quella parte di storia vera e viva, nella storia universale del mondo e della universale esistenza, che meglio d’ogni altra si può distendere in pagine, che non richiede sofisticazioni, che non vuole essere spiegata e che ha per pretesto una letteratura alle apparenze di una estetica personale. E vi rimane, in sui principii, calmo e sereno.

 

Ma d’allora, nel 1891, Remy de Gourmont, quando insisteva sui Cahiers d’André Walter, già avvisava, che l’armonia formale, la compattezza di superficie, la calma, la serenità dovevano essere parate e coperchii a chiudere un fermento. « André Gide (e dava profezia) è uno spirito romanesco e filosofico della stirpe di Goethe ; fra qualche anno, come abbia riconosciuto l’impotenza del pensiero sul cammino delle cose, la sua inutilità sociale e lo sprezzo ch’ispira, a quell’ ammasso di corpuscoli, chiamato Società, lo vedremo indignato ; e, come l’azione anche illusoria gli verrà chiusa, egli si ridesterà armato d’ironia. Questa completerà singolarmente lo scrittore, rappresentando il coefficiente della sua virtù animica. » E così fu.

 

Lasciando da parte, adunque, alcuni saggi come La Tentative amoureuse, Le Traité du Narcisse, Les Lettres à Angèle, a punto tentativi di integrazione e ricerche di filosofia, coordinate ad un perchè di esistenza ; André Gide, uscito, faccia a faccia colle esigenze della vita comune, coi suoi sotterfugi, colle sue superficialità, che si incrostano, ostriche bubboniche, alli scogli ferrigni del costume e della codificazione, si sorprende di essere spatriato ed inquieto di massime, non sa dove consistere, o per dove avviarsi.

 

La sua baldanza, la sua terribile facoltà di ridire delle frasi che sembrano sempre ottime, di gridare li eterni clamori della mediocre umanità, si trovano fuor di posto ; la sua piena coscienza di poderoso gli si annubila. Increspa davanti alla antinomia, che non aveva sospettato, tutto in sè racchiuso, il primo sorriso ; dal sorriso di labra dolorose e pallide un cotal poco, il ghigno silenzioso, meglio la smorfia sarcastica del ghigno, non è lontano. Prova André Gide a ripeterlo sopra la bocca sua ; e si avvede, che, nell’istante incui rimuta fuggevolmente la fisionomia, per un curioso riflesso, l’aspetto delle cose muta al suo intendimento.

 

Per Le Voyage d’Urien, un romanzo filosofico, sfila l’istoria di un’anima e di una folla. Dei marinai partono per lunghi peripli e per meravigliose Odissee ; nel mare, ciascuna isola lontana appare una gemma espressa ad incanto dall’oceano. Vi sono delle albe e dei tramonti non prima veduti, o, almeno, veduti solo allora quando l’entusiasmo, affoca e dirige. Oh, romanzo ; oh, viaggio ! Pretesto di vivere ! Pretesto all’emozione che ci fece vivere dalla nascita inattesa, alla morte che non ne convince. « I marinai ignorano il loro destino ; non governano la nave che li porta ; ma un desiderio di volontà li inganna, fa loro accogliere, come risoluta e decisa la via, che il veliero intraprende, a caso. — I marinai possono essere pazzi, io non ho detto che siano saggi. Ma costoro soffriranno più che d’altro di non dover lottare, di non poter conquistare. E chiederanno alla imagine, al romanzo, di prendere il posto delle grandi azioni che non hanno agito, di soddisfare, in un certo qual modo, al desiderio vago d’eroismo, cui la loro imaginazione custodiva e cui le loro membra non realizzano a fatto. » La lotta, lo sforzo, la rinuncia, le alte cogitazioni, le notti di veglie, sono comunque le scopo ultimo, o, per lo meno, altro scopo non vi è. Il pessimismo riconduce i marinai là donde erano partiti ; e le vele dell’Argo delle scoperte ricadono floscie e sbattono, pigre, sui legni delle antenne. Essi chineranno il capo alla fatalità dell’impotenza di tutte le cose verso l’inutilità di tutte le cose : pateticamente, rinchiuderanno, sotto il velo d’abitudine oscuro e simbolico dei viaggiatori ingannati e derisi, le meraviglie imaginate e crederanno di avere osato ed operato, mentre non hanno che sognato. Così il vivere.

 

Pure, lo Gide non accontenta così il suo bisogno di sentire, anzi, di fare, perchè spesso il sentire equivale il fare. Non può credere, Gide, che ogni cosa sia scoperta, che tutto sia completo, che nessun tentare approda ad una rivelazione. Nella vita comune d’ogni giorno, non si può trovare quella piccola gioia, quella piccola soddisfazione che importi la ricerca ? Ricerco ; quindi vivo. Gide scoperse Paludes, seguendo ‘ago magnetico della ironia ; la quale gli portò l’humorismo ; e, l’humorismo, voi lo sapete, è quella dote morale per cui noi vediamo i fenomeni sotto un dato punto di vista speciale. Il mondo gli si rimutò davanti.

 

Pregatelo di spiegarvi Paludes. « J’écrivais cette satire de quoi ? » Vi risponde. Ed aggiunge : « Prima di far comprendere alli altri il moi libro, attendo, che altri me lo faccia comprendere. Voler spiegare in sul principio, significa restringere precocemente il senso ; poichè, se noi sappiamo quanto vogliamo dire, noi non sappiamo se noi diciamo solamente questo. — Si dice sempre più ed oltre a QUESTO. » E Paludes incomincia colla genesi interna dell’opera, colla esplicazione el pensiero in sè, del pensiero primo, che ammette una quantità de differenzazioni, di modificazioni, di studi evolutivi ed anche opposti ; così come nell’utero materno il corposculo del nascituro, per luaghi nove mesi, assume la forma delli esseri intermedii, dalla cellula protoplasmatica all’uomo, percorrendone la scala ascendente, fermandosi all’ultimo grado dell’attuale materia composta ed evoluta.

 

Seguendo, il pensiero si fidanza al pensiero ; concepisce ; s’inturgida ; procrea e l’opera nascente vagisce. Eccovi il palude nel quale noi ci infanghiamo, di cui respiriamo i gas avvelenati, di cui ci interessiamo ogni giorno. « Paludi, signori ? Ma è l’istoria delli animali che vivono nelle caverne tenebrose e che perdono la vista perchè non se ne servono. Paludi ? Vie è qualcuno in paludi che fa delle astrazioni. » Egli è un immaginativo, che scopre al di là del buco della toppa, tutto il mondo intiero e vi si china per vederlo oltre. Nelle paludi, facciam ottima compagnia ai serpentelli orbi ed alle rane pettegole ; alle gajette salamandre ed ai ramarri ingiojellati. In torno alle paludi, un’ anima squisita, un’ anima delicata, ed anche nel pantano, sopra le acque limacciose, cangianti come un moerro ambiguo, può fabricarsi, allevarsi, custodire un giardino. Un giardino speciale, passegiato da lei sola ; un giardino d’imaginazione, ch’ella sa d’imaginazione e che si sforza di sostenere colla buona credenza nell’illusione, mentre ride, internamente, ride di sè e delli altri.

 

Un giardino ; tanto sfarzo per un giardino fittizio, come i castelli d’Adone, d’argento i vimini e ripieni di cenere e coperti di fiori artificiali ? Un giardino in mezzo, o sulle rive delle paludi ! Voi lo udite ridere : e fra tanto egli si esalta ; egli si inquieta ; egli si oppone a che l’acqua lenta e sorniona dello stagno entri ad impantanargli le ajuole. E l’acqua striscia ; e la terra si fa spugna ed assorbe ; ed i fiori imputridiscono di troppe linfe, di troppe lagrime ; ed i viali sono lubrichi e molli, fanno sdrucciolare o ritengono l’orma del piede. Prigioniero della palude ! Racchiuso, inchivacciato ; respirare miasmi ; assordito dalle rane ; imbavato dalle salamandre ; irriso dai ramarri ; i serpentelli pungono e vibrano la sottil lingua fuori dalla bocca slabbrata. Morire ? Ma no, un’ ultima risata, che non è un singhiozzo, ma un lamento rauco.

 

Il letterato è ancora troppo filosofo ; il determinismo lo tiene schiavo. Tutti i nostri atti sono stabiliti, determinati. Da un’ unica radice si dipartono le rame ; tutto si collega in una catena di perpetuità ; non vi è atto solo, atto volontario, che nasca per questo, per fare ; la maglia indissolubile non lascia staccarsi un anello senza che vi abbia, dopo, una soluzione di continuità ; la morte, l’interruzione della sequenza, ossia della vita. Scelga il letterato in esasperazione, od il filosofo che critica sulle tangibilità, per sintetizzare delle possibilità. Limitarsi all’uficio del botanico, che del fiore nota li elementi, cataloga le varietà, inscrive le esperienze nei calepini del laboratorio ? E, per quanti fiori abbia avuto per mano, non uno portarselo alla nari ed odorare ? O non interessarsi delle rose e goderle invece ? Esprimere da queste tutto il massimo di piacere che possono dare ? Il letterato, l’uomo in esuberanza di passione, ritorna semplice, e, se complica, è per un effetto di edonismo ; della sua mentalità richiederà il di più di coltura, di rapporti, di memorie, che gli possono aumentare il godimento ; e l’analisi gli servirà ad acuire il desiderio e la soddisfazione.

 

Gide si è fatto semplice, per reazione contro l’inutile affermarsi che bisogna vivere. Egli coglie la gioja ; tutto ama e fervidamente. È colla Gaya Scienza del Nietzsche all’invito :

 

            Gustate, dunque, de’ miei intingoli, mangiatori !

            Domani voi li troverete migliori,

            Ed eccellenti dopo domani !

 

Gustateli, come gusterete le rose, quelle rose che irritano :

 

                                    Per la felicità, perchè siate felici !

                                    Ogni felicità vuol far felice.

                                    Ma conviene inchinarsi e nascondersi

                                    tra li sterpi e le roccie

                                    e spesso succiarsi le dita.

                                    Perchè, la mia felicità irride ;

                                    perchè, la mia felicità è perfida !

                                    Volete voi spiccare le mie rose ?

                                                            (« Le mie rose », Gaya Scienza – Nietzsche)

 

            E, lasciati in un canto i doveri assoluti, che si reggono sopra una filosofia categorica, o che si assimilano a qualche fandonia di religione, lustra dignitosa, in tanto più stretta e severa, in quanto maschera l’insufficenza o la menzogna ; Les Nourritures terrestres lo affermano, in questo punto, nel quale è già lontana l’ossessione che gli venne da Kiriloff, personaggio dei Posseduti (Ossessi) di Dostoiewsky, il pazzo, che per credersi libero si fa Dio.

 

            Gide è libero e gode quando non pensa che non lo possa essere. — Panteismo ; dal ridicolo della vita di Paludes, un inno di intensa soavità, ai sapori, ai profumi, alle dolcezze, alli ori, alle sete, ai velluti, alle armonie delle creature, di qualunque creatura, dell’erba, della stella, della donna, del più piccolo animale. Adamo nuovo, riuscito fuori al sole di una primavera primordiale, è d’ogni cosa percosso, d’orgni cosa soddisfatto. Glorifica la gioja sana ed umana, la voluttà dell’agire e del sentire ; la sua forza è in tendenza per il sopra più, per il mai provato, per l’inedito, per quanto vi è ancora da tentare : e tutto ciò avviene senza sforzo, naturalmente, sommario di epiteti, equilibrato, perchè ha fatto suo il mondo esterno, come nei Cahiers, calmo e sereno era padrone del proprio io. Anche la gioia gli proviene dall’aver prima rinunciato. « Colui che si rifiuta una cosa intieramente, per lungo tempo, crederà quasi di averla scoperta di nuovo, quando, per caso, l’incontrerà davanti. E quale felicità è questa delli esploratori. » (Gaya Scienza). Colui potrà dire al discepolo Nathanaël, io mi sono usato d’amore. — Eretico contro li eretici, sempre mi attirarono le opinioni lontane, li estremi balzi del pensiero, le divergenze. — Conviene agire  senza giudicare  se l’azione sia buona o cattiva. — Una esistenza patetica (di sofferenza), Nathanaël, più tosto che la tranquillità. — Nathanaël, io amerei porgerti una gioia che nessun altro ti possa offrire. Io non so come presentartela, per quanto, questo gioja, la possegga. » (les Nourritures terrestres).

 

            Dostoiewsky di cui s’era impregnato, la negazione sistematica nelle vanità dello sforzo, i ceppi del nihilismo slavo che lo avevano avvinto, si sciolgono, si dileguono al calore del buon sole latino ; il sole delle mitologie bionde e gioconde, delli amori tutti, delle mollezze alessandrine, riscalda il suo sangue che da lungo lo aveva atteso, gli imbrunisce la pelle, gli fa ridere scintille dalli occhi : qui appare il Gide, condottiero di bande avide e golose, come nello schizzo di Vallotton, e qui conduce egli i suoi appetiti, mercenarii golosi ed avidi, alla conquista della vita integrata.

 

Allora, egli stesso sopresso si ferma dubitoso ad alcune superstizioni morali, che non lo hanno al tutto lasciato, a quanto chiamerà più tardi « scrupoli » : comprende che è forse il solo a voler così, a desiderare questo dovere di vita che è un piacere; s’avvicina a Nietzsche, ma teme di stendergli la mano perchè gli è prossimo Stirner ; si conturba. Nella crisi vuol riudire ancora tutte le voci ; le voci di coloro che non sono liberi, che sono dentro incatenati, che non hanno come lui soppresso l’impedimento, che professano un imperativo categorico, o che lo hanno sulle la vuol riudire i singoli motivi della folla, per statuire di quali obbligazioni egli sia partecipe, o di nessuna, e per procedere avanti.

 

            Donde una fiaba : Le Prométhée mal enchaîné. — Dal granito rosso e dai cristalli di ghiaccio del Caucaso, in una mattina di primavera, Prometeo si dispicca e si trova a passeggiare sui boulevards di Parigi. Egli ha seco un’aquila ; l’aquila mitica, che gli ha roso il fegato rinascente sotto il rostro edace ; l’aquila, perchè, tra li animali che Nietzsche voleva domestici col leone, questa gli indichi giornalmente i passaggi ed i sintomi del crescere e del mancare delle sue forze ; l’aquila, la coscienza. E sull’asfalto incontra Damoclès, che ha ricevuto cinquento lire da una persona che ignora, Coclès, che buscò uno schiaffo da un uomo, il quale lo pregò di qualunque indirizzo sopra una busta ; e tutti e due gli raccontano le loro avventure.

 

            Per tanto, il Miglionnaire, che, stanco di determinismo, volle uscire a persuadersi capace di azioni gratuite, fu l’innominato donatore delle cinquecento lire ed il distributore delo schiaffo. Supposizione ridicola sull’atto gratuito. Damoclès non sa rendresi pace perchè ignora chi lo ha beneficato, ed a cui, del caso vorrebbe rendere il denaro o sdebitarsi altrimenti ; Coclès impaurisce ad ogni mano alzata contro di lui, quasi promessa di percossa ; il Miglionnaire, divinamente nascoto nelle nubi dell’anonimo, gode della sua libertà acquistata, in apparenza, colla prodigalità pazza e con una pazza ingiuria. A chi si lagna, Prometeo racconta ch’egli si trae dietro l’aquila. Racconta e tiene conferenza : ammette una petizione di principio, una pregiudiziale : « Ha con sè l’aquila perchè bisogna avere un’aquila. » Perchè ? La tautologia è evidente e la spiegazione esula ; Prometeo divaga. Più tosto vorrebbe dire : « Amo chi divora li uomini, chi divora me stesso » (coscienza ?). E sul tema si eccita, si entusiasma : « È logico che ciascuno abbia un’aquila ; è l’aquila che risponde alla bellezza ed alla utilità ; e perchè ho amato li uomini, a ciascuno uomo ho regalato un’aquila ; e perchè sembrava che li amassi allora più dell’aquila stessa ho impedito che avessero a soffrire del becco di questa. Per cio mi sono dedicato a servire di pasto all’aquila, essendo bellezza ed utilità, onde non cadesse morta di fame. Ma in fine perchè l’aquilla ? » L’anello della anfibologia si racchiude e torna al suo punto di partenza, alla pregiudiziale, insoluta ed impendente perchè allo Gide piace intricare. Che subito del resto un amico lo poteva da vicino ajutare, porgendogli un cane e dicendogli : « Ho dato un nome alla mia soferenza e la chiamo cane : qualle è così fedele, così importuna ed impudente, così divertente anche così furba, come lo può essere una cagnuola : perciò l’apostrofo, le regalo tutti i miei cattivi umori, faccio come fa la brava gente coi loro cani, coi loro domestici e colla loro moglie. » (Nietzsche, « Il mio cane », Gaya Scienza.)

 

            Ma Damoclès, al parossismo dell’inquietudine, che gli causa il suo ignorare il benefattore (la coscienza sobbilla, — a chi ritornare le cinquento lire ?), muore di angoscia e Prometeo gli recita l’elogio funebre, ricordando Tityre, ridicolo e schiavo di un albero che ha piantato ; Coclès si dà pace ed è invitato da Prometeo ad un festino, nel quale verrà imbandita, come piatto grosso, la sua migliore aquila uccisa. Domanda Coclès : « Voi l’avete uccisa ? » — Risponde : « E la mangeremo. Questa mi mangiava da assai tempo : ho pensato che in oggi posso farle lo stesso servizio. A tavola. »

           

            Prometeo, con una piuma di lui conservata (piuma, ornamento, bellezza), scrive l’istoria che avete ascoltato.

 

            Morale ? La volete ricercare in questa disperata ironia ? André Gide nella nota terminale al Traité du Narcisse appostilla : « Le Verità rimangono dietro le Forme, Simboli. Ogni fenomeno è Simbolo di una verità. Unico suo dovere è che la manifesti : unico suo peccato che le si preferisca. — La questione morale per l’artista non è che l’Idea manifestata sia più o meno morale ed utile ai più ; la questione esiste nel bene manifestarla. Poichè ogni cosa si deve rendere ed anche la più funesta. Disgrazia a coliu che suscita scandalo » : ma : « È necessario che lo scandalo si suciti. »

 

            Ora, Gide-Prometeo ha udito tutte le voci, che si combattono, che si urtano, che si elidono nel determinismo della moralità, rispettose in parte ed in parte ribelli alla legge morale od alla codificazione che ne rispecchia l’utile, le ha osservate allo svolgersi ed alle conseguenze di un atto gratuito ; ne prova la vanità ed il disordine. Gide-Prometeo, il sacrificato per tutti, una volta, l’eterno paziente, perchè diede a tutti il mezzo iniziale al progresso umano ; il divorato dall’aquila imperiale ; il rimorso dal pensiero, se il furto del fuoco di Giove avesse veramente giovato all’uomo in istato di natura, per cui si ragruppò in famiglia ed in tribù ; Gide-Prometeo uccide e si manduca il suo tormentare (coscienza ?), e rivolge li occhi smagati oltre all’olimpo. « Oggi sono libero », esclama. « Io posso tutto osare. Max Stirner che mi era pericoloso e pauroso, mi è fratello. Il moi diritto è in quanto posso ; e tutti hanno diritti se possono. Non racchiudo il mio paradiso per mer : alla perfettibilità dell’uomo, padrone di sè stesso, ciascuno può giungere, quando abbia ucciso dentro di lui l’ostacolo primo che ne infrena la forza. La mia evoluzione è complta. » La maschera d’ironia gli cade dal volto ; ha deposto l’armatura fragile di questo egoisme intellettuale ; un Walter rettificato risorge dai complessi lavori dello stile e dal giuocolar di paradossi ; un Walter, che è sicuro del fenomeno interno e della sua istoria, come nei Cahiers, che ha sperimentato dalle Nourritures terrestres la complessa felicità dell’azione, che si ha mangiato li scrupoli impaccianti al divenire. Così, integrato, L’Immoraliste si presenta culmine senza stanchezze o fuggitivi rimorsi ; la filosogia è fatta di gesti, ed il pubblico, che non credeva all’audacia, non osa all’encomio, perchè non ancore ha ucciso l’aquila che lo dilania. Ed André Gide, che possiede in fine quella piena coscienza, che si può chiamare originalità dello spirito, rara dote in quest’essere eccezionale, se ne incorona come di un serto barbarico e di sfarzo, violento ed insospettato.

***

 

            Quel geniale distruttore e suscitatore, ad un tempo, di anime nuove, che fu Frederic Nietzsche ; colui, che fugò l’ultimi avanzi del pietismo christiano e fece del dio un ricordo numismatico ; con una frequenza di leit-motiv, in molti passi delle sue opere, ripete : « Noi che siamo li immoralisti. » Poi, nella Gaya Scienza, più particolarmente al fatto dell’opera di Gide, ha espresso : « Noi altri uomini nuovi, innominati, difficili a comprendersi, precursori di un avvenire non ancora dimostrato ; noi, abbiamo bisogno, per uno scopo nuovo, di un nuovo mezzo, di una nuova salute fisica, più vigorosa, più acuta, più intrepida, più pervivace, più gioconda di quanto mai furono le altre per lo passato. Colui, che ha lo spirito avido di conoscere tutti i valori che ebbero corso prima e tutti i desiderii avanti soddisfatti, e vuol visitare tutte le spiaggie di quel mediterraneo ideale ; colui, che voglia sapere, per l’avventure della propria esperienza, quali siano i sentimenti di un conquistatore e di un esploratore d’idee, quelli di un artista, di un santo, di un legislatore, d’un saggio, di un sapiente, d’un uomo pio, d’un profeta, d’un profeta solitario del tempo che fu ; costui, avrà bisogno, principalmente, della grande salute fisica, — di quella salute, che non solo si ha ma che dobbiamo conquistar sempre ; poi che sempre la si sacrifica nelle prove continue del tentare e dello scoprire. »

 

            Per ciò, su queste due frasi, la critica ha creduto di intessere il processo ed il portato dell’Immoraliste, confondendolo con una didattica filosofia a seguito dell’audace tedesco, e, prendendo Michel, l’eroe dello Gide, ne fece un discepolo del Zarathustra profeta. L’errore fu di massima. « L’Immoraliste è una semplice opera d’arte, completa per sè, nata da sè stessa, da una germe che preesisteva alla concezione Nietzschiana », nota Michel Arnauld ; opera che il seguito ragionato dai Cahiers d’André Walter al Prométhée mal enchaîné, poteva far supporre. Qui, non si sfoggiano massime ; qui non si insegna ; l’autore stesso, anzi, sfugge di mettersi in rilievo ; si appiatta, si maschera sotto la forma delle memorie, che il solo Michel racconta e che vengono, dalla sua bocca raccolte e redatte in una lunga lettera da un intimo suo, dopo, che in una notte fresca dell’oasi di Sidi, ne ebbe udita l’esposizione.

 

            Michel ha rifiorito moralmente e materialmente ; se questo sbocciare ed irrobustirsi del proprio io, avvenne per una serie di fatti e di stati d’animo che contrastano colla moralità comune e stabilita ; Michel non vi prega di seguire il suo esempio o di sollecitare le contingenze che egli ricercò, perchè lo facessero forte e completo ; ma vi prega di osservare, che è a punto, da quanto quasi tutti chiamano male, che egli ha ottenuto il suo bene. Fors’anche noi adoperiamo oggettivamente e senza precauzione questi due gettoni di parole male e bene, non conoscendo il valore soggetivo che ricoprono, nella scambio convenzionale del nostro pensiero.

 

            L’immoralista è giovane ; è dotto; ha vissuto tra i libri e le rovine ; è un glottologo ; cooperò col padre illustre al Saggio sui culti della Frigia ; interpretò geroglifici e dubbie inscrizioni ; passò al tavolino, per le ricerche scientifiche, pubertà e parte della gioventù. Egli fu allevato, bambino, dalla madre, che ora gli è morta, in un culto severo ed ugonotto ; ha della virtù e della moralità un concetto angusto e deprimente ; è un protestante nel pieno senso del vocabolo, stoico a rinunciare (che aveva egli provato e gustato perchè gli fossero meritorie le rinuncie ?), e per quanto, ora, si sia allontanato dalla sua religione, il fondamento primo gli rimane in un culto ideale di onestà, di dovere, di altruismo.

 

            Michel, al mancargli del padre, si trova ricco e per obbligazione alla parola data al letto di morte, sposa Marceline : ed essa, pura e florida verginirà, fiore presto a sbocciare sotto alle sue carezze, non attende che di profumargli la vita, non aspetta che il cenno amoroso per risolversi in lui e tributarglisi.

 

            Un vecchio lievito di malattia, trascurata per lungo tempo, un germe di tisi, nel viaggio di nozze, erompe violento e vittorioso ; strema Michel. Allora solo s’accorge quanto dovrebbe perdere se si lasciasse uccidere e, malato, avverte : « Prima, non comprendeva ch’io vivessi. Ora doveva fare della vita la palpitante scoperta. » L’impiego della sua giornata, della sua intelligenza, riserbò quindi al suo organismo combattuto ; suo unico studio il limitarsi per la guarigione ; suo unico dovere ricuperar salute : Doveva giudicare buono, dire Bene tutto quello che gli fosse stato utile, proficuo, salutare ; dimenticare, allontanare il resto che non lo avrebbe potuto guarire. Il suo egoismo è perfetto.

 

            Marceline gli è suora di carità : altre nozze aspettava di gioconda effusione, di fresco amore, di profonda sentimentalità. Al capezzale del malato, dispensa tutta i suoi tesori di giovinezza e di coraggio ; è colei che lo fa vivere ancora, che lo rinfranca, che gli dà la prima sensazione della nuavo esistenza. Ed è anche la sacrificata.

 

            S’accorge Michel ? Egli, ristabilito, continua un lento lavoro di logica mentale. È dalla pura fisica, dalle pure forze naturali che riacquistò il motivo di rivivere ! Sopprime l’idea di Dio nel vocabulario del suo cervello. Ma sano, forte, si pone davanti il quesito : Che cosa può un uomo ? — Che cosa può l’uomo ? — L’uomo, attualmente, nella società, in quel nucleo di interessi che le convenzioni, i bisogni fittizii, le paure e le sofisticazioni hanno creato, nello stretto ambito delle leggi, che ha costruito un maneggio esiguo, trattando le passioni ed i desiderii umani come cavalli in una scuola di equitazione, lasciando loro una lustra di libertà quando e morso e sella vengono tollerati ; l’uomo, attualmente, può assai poco. Michel s’allontana allora e meglio che gli è datto dall’abitato ; si rifugia nelle rosse terre classiche, che hanno perduta la civiltà, che si sono rifatte allo stato di natura ; per dove l’amore è semplice volontà incondizionata, la licenza è diritto ; per dove il posso di Stirner è l’attestazione dell’essere. Michel, vagabondo cercatore, dopo di aver provata la sua virilità, la sua forza, trascina Marceline nei viaggi per l’Africa francese, per la Magna Grecia italiana, sfuggendo i ricordi lapidarii, le investigazioni glottologiche, li studii di tavolino, le pallide soddisfazioni del sapiente, per il sole, le selve, la compagnia sospetta delle indigeni, il far niente dei lazzaroni, la cupidiggia ladra delli Arabi. Egli si compiace delle terre vacanti di ogni opera d’arte, od in cui l’opera d’arte è non curata, è sepolta dai licheni, dalle piante parassite, dalle muffe, dalle terra, dalle sabbia ; egli disprezza coloro che sanno riconoscere la bellezza solamente trascritta o già interpretata. Egli, in una piccola sosta a Parigi ed in Normandia, aspettando che Marceline, debole e sfatta, si sgravi, schivo da ritrovi e da conversazione, si farà od avrà per compagni le peggiori opere avventizie ai suoi campi ; li innominati, che vengono e che tornano, no si sa donde e dove, ed in cui l’istinto eccede al senso morale : per le sue foreste caccia di frodo con lacci proibiti ed ammette i bracconieri. Se in città accetta un corso alla Sorbonne, vi indicherà il suo allontanamento da ogni opera civile ; spiegherà la coltura raffinata di una crisi storica come una secrezionze, che, prima indica pletora e sovrabondanza di salute, poi si cristalizza, si oppone al contatto vivo della natura e nasconde, sotto l'apparenza persistente della vita, una diminuzione di vita. Onde inneggia ai barbari Goti che vennero a rinfrescare, colla distruzione e la negazione, le superfluità romane della decadenza. A sua volta nega : fa l’apologia dell’ardimento e della incoltura ; dello stato precario e nomade, nel quale ciascuno ha la ricchezza che può portare con sè, sopra le sue palle a sul dorso dei somieri di seguito ; delle avventure di azzardo, in cui il coraggio si ritempra, del non possedere, della non solidarietà ; da che il ricercarsi, lo stringersi di legami, il formare un compagine effettiva non era forse, per lui, una prova di agorafobia morale, la peggiore delle viltà, ed un ammettere le leggi della imitazione, quindi le leggi della paura ?

 

            Ma, a ciascuna di queste nuove sicurezze, che gli si inradicavano nello spirito, come a risposta ; a ciascun atto di questa sua vita, che gli faceva trascurare la casa e la compagna ecco che Marceline, dopo un cattiva parto infruttuoso, peggiora e s’inferma, ed un embolismo le provoca la tisi. Starà nelle camera dell’inferma, sacrificio ed espiazione, tradirà sè stesso ? In una breve sosta del male, rincomincia le peregrinazioni, trascinandosi dietro la povera creatura, che si sente mancare, che si opprime nei viaggi, nelli alberghi sconosciuti e che potuto guarire in casa sua.

 

            Michel periste a domandarsi : « Che cosa l’uomo può ancora ? Tutto quanto l’uomo ha detto fin qui, è tutto quello che poteva dire ? Ha nulla ignorato di sè stesso ? Non gli rimane che ripetersi ? » Ed ogni giorno cresceva in lui il confuso sentimento di ricchezze intatte, rimaste coperte, nascoste, soffocate dalla cultura, dalla decenza, dalla morale, e formola : Ho in orrore la gente onesta ! »

 

            La malata si accorge del mutamento profondo dello sposo ; per quanto egli tenti di mentire con lei : « Ho compreso la vostra dottrina ; è una dottrina dell’oggi ; forse bella ma sopprime i deboli » ; si lagna sorridendo, ultimo sforzo, tra i singulti. E bene ? Egli pensa che vi sono delle gioje forti pei forti e deboli pei deboli, cui le gioje forti ferirebbero. Ciò che l’ammalata chiama felicità, Michel chiama riposo ; ed egli non voleva mai riposare. Studio, arte, scienza, amore di affetti puri senza voluttà, altruismo, religione, morale di codici e di filosofie nulli tutti, vanità, davanti all’esplosione della vita grande, libera, animale. « Io non so più il dio nuovo a cui ubbidisco ; questo dio mi è un’oscura sensazione. Ma oh ! Dio nuovo, datemi la facoltà di conoscere ancora delle razza intatte, dei tipi impreveduti di bellezza ! » E ritornano all’Africa barbara, deserta, caotica. Marceline esclama : « Voi amate l’inumano ! » È solo allora, che l’anima squisita e moderna di questa donna moribonda comprende, si fa sintesi di tutti i miserabili della mente e del corpo, si stupisce di questa nuova forma d’umanità crudele, spaventosa, ingenerosa contro la fratellanza ; grida la sua riprovazione al bell’animale, uscito armato per tutte le lotte del futuro, perchè nulla concede al presente e condanna l'Übermensch, l’Immoraliste. Marceline muore vittima, sacrificio, alla divinità del solo, del poderoso, anarchico, luciferino, essere uscito a vittoria ; muore, donna, rappresentando la gentilezza, la devozione, l’umiltà, le doti dei milioni di mediocri che hanno voluto leggi, dottrina, morale ed armati a difenderli dall’impeto di quei pochissimi, oltre il greggie, di quei fortissimi lupi-uomini, i quali impediscono la felicità, il riposo, l’edoné katastamatiké dei silenziosi e dei pazienti.

 

            Tutto ciò racconta il Michel calmo, ragionando, senza commuoversi, ai suoi tre amici, li amici di Giobbe, che, con lui, nella notte algerina, ammirano sulla pianura di fuoco il discendere presto e lo spegnersi della giornata. E bene ; il fatto per sè stesso, non è strano, nè fuori del comune. Ogni giorno, ci si rinnova da torno ; questa soppressione lenta o violenta del debole, del poco adatto alla vita intensa, per opera del forte, è consacrata dalla legge darwiniana ; ogni giorno anche, questi incoscienti delitti, o questi delitti voluti dalla chiusa astuzia di chi non ha il coraggio di essere sincero (dico delitto nel significato volgare, legale e morale della parola), oscuramente si commettono ed hanno esito felice.

 

Ma quanto irritò ed irrità nell’Immoraliste le critica per bene e fa cianciare le papere dei salotti bianchi, è la sfacciataggine sincera della confessione. Michel confessa ? Espone ; dice le sue gesta. Tale i paladini di re Artus magnificavano di eloquenza li effetti della loro cavalleria, e un cielo poetico ne sorse dalla Chanson de Roland alla… Secchia Rapita.

 

            Michel ha raccontato : « Egli aveva terminato senza un tremito di voce, senza che una inflessione, nè un atto testimoniasse di qualsiasi emozione e venisse a turbarlo. » E continua : « Ora libero, soffro e sono affaticato di questa libertà disoccupata : oh, non soffro a fatto del mio delitto, se a voi sembra di chiamarlo così. » Ed il rimorso esula.

 

            Per questi uomini il rimorso non esiste : appare loro il morsus conscientiae, come già fi dimostrato da Spinoza, l’antitesi del gaudium, una tristezza accompagnata dall’imagine di una cosa passata, di cui l’avvenimento ha reso inutile ed ingannato tutto l’attendere. E ragionano, come sopra di una impressione personale : « Qui accadde un avvanimento » ; non dicono : « Ciò non avrei dovuto fare. » Del resto, aggiunge Nietzsche nella Genealogia della Morale : « Io considero la cattiva coscienza inquieta, come il profondo stato morbido, nel quale l’uomo doveva cadere sotta l’influenza di questa trasformazione (sociabilità, moralità codificata, legge morale in genere) la più radicale ch’egli non abbia mai subita : di questa trasformazione, che si produsse in lui, quando si trovò incatenato nei ceppi della società e della pace. » Michel è uscito in guerra contro tutti e tutto ; è forte ; si è dissociato : dal suo fatto particolare ha espresso una sua particolare filosofia, che può avere un interesse generalissimo, nota lo Gide nella prefazione ; dunque a chi il rimorso ? La questione per lui è risolta : « Liberarsi è nulla ; è assai difficile il rimaner libero. — È necessario sciegliere. L’importante è sapere ciò che si voglia. » Michel ha voluto, ha risolto.

 

            Però, a salvaguardia dei deboli, l’autore ha premesso : « Io non propongo come certo nè il trionfo nè la disfatta » e si ritira dietro il suo eroe amorale. Non cerchiamovi quindi insegnamento, tesi falsa o vera, ma una costatazione violenta e senza sotterfugi ; fors’anche sottile. Chi a fatto uccidere l’aquila al Prometeo, vorrà sobillarvi : « Se le nuove verità sbocciano spesso dalle menti aquilibrate, i valori nuovi sempre si elaborano nei cervelli malati, o nelli esseri di eccezione. Così ogni libertà incomincia con una rivoluzione e la rivoluzione è una crisi morbosa. Un pazzo solo può aprire a suo pericolo nuovi cammini per l’avvenire ; e saranno i saggi, dopo il suo sacrificio od il suo patibolo, che lo seguiranno a fortuna ed a certezza. »

 

            E da quale follia d’aggi nascerà la saggezza del domani, vi chiede sorridendo l’Arnauld ? Comunque, Michel non è solo nella letteratura. Dalle opposte steppe ucraine, Gorki gli invia un esercito di pezzenti a cui ha insegnato : « Non chiedere, prendi ciò di cui hai bisogno. » Più vicino l’Eekhoud, dai campi bruciati della Campine fiamminga, nell’ebbrezze delle Kermesses forsennate, gioia per l’occhi e per il pennello di Tieners, vi presenta le maschere brutali di Cycle patibulaire, di Mes Communions, della Faneuse d’Amour. Chiedete al Barrucard, se nell’Avec le Feu, in pieno sobborgo parigino non abbia incontrato questi tipi volontarii e convinti ? Ed al Lemonnier, quando descrive i nuovi paradisi terrestri, dell’Homme en Amour, Adam et Eve, nella esplosione dell’istinto, scordati di ogni vincolo sociale, di ogni preoccupazione di apparenza, se i suoi personaggi non si rivelino nudi a simiglianza di Michel e più ardenti ?

 

            La critica, che si scandalizza, ha delle gravi lacune, patisce d’amnesia, non sa cordinare ; l’opera d’arte s’impregna della filosofia che passa, che vibra, che freme, che romba nell’aria, non se la fabrica, non la importa ex novo, per il piacere dei glossatori. L’opera d’arte si fa ad insegnare, ma per cammini indiretti, prima pungendo i sensi, poi elaborandosi nel cervello. Non condannate o riprovate a mezza tinta, pure facendo le debite riserve sulla eccelenza dell’estetica ; accettate nella vita, questa parte di vita e migliore : Opera d’Arte.

 

            Quanto ai pudichi ed ai morali, via ; non uccidono meglio di Michel ogni giorno, discorrendo, a tavola, nei caffè, nel confessionale, nei giuochi erotici permessi dal sacramento e dal contratto civile, li uomini pudichi e morali, le ottime mediocrità ? Ma è pur vero che per quanto abbiano un’aquila, e per schivarsene dai morsi l’abbiano data gratuitamente ai loro servi da mantenere, onde questi son rosi all’entragno, può splender giorno, nel quale i servi potranno osare di uccidere tutte le aquile e di imbandirle in un pantagruelico festino, per cui l’aspetto del mondo venga mutato per sempre. 

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