Il Marzocco

4e année n° 26, 30 juillet 1899, p. 2

 

Angiolo Orvieto

 

Prometeo e Fìlotette

 

Simile alla freschezza, alla giovinezza perpetua delle grandi foreste secolari è la perenne gioventù e la freschezza perenne d'alcuni miti vetusti ricchi di mille significati reconditi e capaci dei più inattesi rinnovellamenti.

E uno di questi è certo il mito di Prometeo che Eschilo e Shelley hanno celebrato nei loro poemi, e che lungi dall'essere esaurito tenta e tenterà ancora per secoli la fantasia dei poeti nuovi.

Il Prometeo di Eschilo è un nobile ribelle contro l'iniqua oppressione di Zeus e può in certo modo considerarsi come l'incarnazione di quelle altissime energie che tendono in una lotta millenaria, ad affrancare l'uomo dal cieco dominio della natura spingendolo sulla strada della civiltà e della spiritualità.

Ma il Prometeo eschileo è vinto da Zeus che lo inchioda sul Caucaso e da il suo nobile petto in contìnuo pasto all'aquila divoratrice.

E i secoli passano ; e il genere umano, traverso a dolori inenarrabili, a catastrofi tragiche si è lentamente avanzato sulla strada del bene, sulle vie della luce. Ed ecco un altro veggente, un altro poeta sommo riprende quello stesso mito che già Eschilo aveva celebrato e rinnovandolo con forza geniale, ne fa il simbolo vivente e stupendo dell'apoteosi umana, della umana liberazione suprema. Il Prometeo di Shelley non è più il vinto, è il vincitore, è colui che redime per sempre gli uomini dalle tenebre del male e gli assume alla luce cristallina della verità eterna, dell'eterno bene.

Così due sommi, a distanza di diecine di secoli, interpretarono lo stesso mito per significare agli uomini due momenti tragici, solenni della loro vita cosmica. Il momento del risveglio dell'umana coscienza, ancora incerta e soggetta alle forze brute della natura e il momento dell'affermazione trionfale della coscienza umana che spezza i vincoli secolari e rompe il suo cerchio di tenebre.

Ma questo grande mito vetusto non è esaurito ancora : e noi non possiamo prevedere come potrà glorificarlo domani, fra un secolo, fra un millennio, un genio venturo destinato ad essere la voce di una nuova umanità. Il tempo che noi viviamo è pieno di minacce e ricco di promesse, è tempo d'attesa, di timori e di speranze ineffabili e certo ai grandi eventi immancabili risponderà qualche voce immortale. Noi tutti l'aspettiamo, noi tutti la invochiamo con ansia ; e intanto, mentre essa tace, temprandosi nelle ombre paurose del futuro, noi ascoltiamo con rispettosa attenzione quelle poche voci gravi che qua e là s'elevano, ad ammonirci di qualche verità obliata, e ad annunziarci che non tutta l'arte nè tutta la letteratura contemporanea sono un vano e frivolo giuoco di mestieranti senz'anima e senza pensiero.

Una di queste nobili voci ammonitrici è la voce di Andre Gide, del giovane pensatore francese che con elevate intenzioni e con squisita finezza d'arte limpida ha tentato di rinnovare una volta ancora il mito di Prometeo, per significare con esso non un grande momento tragico, nè un grande momento solenne nella vita dell'umanità, ma questo triste momento di pausa scettica nel quale abbiamo vissuto e viviamo, e in cui la luce dell'ideale balena sì alle nostre anime ma non riesce ancora a rifulgere intiera ed a vincere.

Ma vincerà col tempo e rifulgerà intiera in un accordo perfetto di teoria e di pratica. Intanto i migliori fra noi quelli che sono più vicini alla natura pur essendo ancor scettici in teoria, seguono in pratica la virtù . stato d'anima questo che il Gide ha voluto rappresentare in un altro suo scritto, nel « Philoctète ».

Prometeo e dunque l'idealista malato di dubbio, che sente dentro di sé gli impulsi istintivi verso il bene e verso la luce, ma che dubita della loro legittimità e non osando abbandonarvi si interamente e coraggiosamente, ne soffre tanto che finisce per ucciderli in sè. Filottete è invece l'idealista che non ha ancor vinto il dubbio teorico, ma ne ha trionfato nella pratica a forse ignorando che cosa precisamente sia la virtù e perché debba praticarsi, la cerca e vi si uniforma nella vita.

Prometeo è dal Gide trasportato nell'ambiente moderno, Filotteta invece respira e vive nell'antica sfera ellenica : ma l'uno e l'altro sono personificazioni stimoli dell'idealista moderno.

Il Prometeo del Gide che arriva a Parigi con la sua aquila, dopo une serie di avventure e di bizzarri incontri pieni di significazioni filosofiche, prima la nutre freneticamente del proprio fegato, la rende sempre più bella e più lucente di penne, la presenta alla folla, la esalta con parole eloquenti, la interroga ansiosamente desolato di non ottenerne risposta alcuna e alla fine, stanco, sofferente, sparuti, la uccide e la divora recitandone l'elogio funebre pieno di ironia e di scetticismo ; questo piccolo Prometeo purissimo è il simbolo d'una sorte abbastanza comune di falsi idealisti moderni. Egli aspira ali alto, ma senza la forza sufficiente per salire e sopra tutto per mantenersi in alto, s'inganna tanto sulla vera natura dell'ideale da sentenziare che ciascun uomo seguendo i suoi istinti deve consacrarsi indifferentemente al bene od al male, al vizio od alla virtù, e dopo avere colle sue orazioni suscitato il riso negli scettici, il rimorso, l'angoscia e la disperazione nei buoni un po' titubanti o malsicuri nell'operare il bene ; finisce collo stancarsi di quel bene ideale che ha sempre sentito in se, non riuscendo però mai a trovarne la ragione filosofica, e coll'uccidere cinicamente le sue più elevate aspirazioni per darsi in preda ai più ignobili piaceri dell'esistenza.

Tale in poche parole il Prometeo. Filottete è una natura più alta, è un idealista più sicuro e più forte.

Siamo nella deserta isola che Filottete abita, unico uomo, con il suo arco meraviglioso, che fu d'Ercole un tempo e che solo, secondo la profezia, di Calcante, può concedere ai Greci la vittoria su Troia. Ulisse, venuto nell'isola per sottrarre l'arco a Filottete, ha condotto con sè Neottolemo figlio d'Achille, ignaro degli scopi suoi e rifuggente per nobiltà di natura da. qualsiasi astuzia e da ogni qualità di tradimento. In belli e semplici dialoghi con Ulisse e con Neottolemo, il generoso Filottete parla dell'anima sua purificata ed innalzata dalla solitudine e dalla meditazione, dimentico ormai completamenta della ingenerosità dei suoi compagni greci che lo hanno abbandonato solo ed infermo su quella terra deserta, battuta da ogni parte dal mare ; parla della virtù, parla degli alti sensi che riempiono il suo cuore, da quando più che un greco egli si sente un uomo. Frattanto Neottolemo, pieno d'istintivo disgusto per gli astuti disegni di Ulisse, che vuole servirsi del giovinetto per amministrare nascostamente a Filottete un saporifero e poi derubarlo dell'arco, incalza sempre di più il solitario di insidiose interrogazioni sulla virtù chiedendogli che cosa precisamente ella sia e quale ne sia l'essenza. Ma Filottete non sa rispondere, e dopo vari tentativi per spiegare con le parole al giovinetto che cosa sia il bene superiore ammutolisce, piange e poi s'allontana dicendo : « Enfant ! Ah ! si je pouvais te montrer la vertu... ».

Neottolemo, dopo aver riferito ad Ulisse la conversazione avuta, accorre di nuovo a Filottete e in un impeto generoso gli rivela il vero motivo della loro venuta nell'isola, e gli consegna la fiala che contiene il sonnifero e gli domanda ansiosamente ancora che cosa sia la virtù. Filottete allora non esita e senza altra risposta vuota d’un sorso la fiala.

 

Vertu ! vertu! je cherche dans ton nom amer un peu d'ivresse, l’aurais-je déjà toute épuisée? L'orgueil qui me soutient chancelle et cède; je fuis de toutes parts... Ce que l'on entreprend au-dessus de ses forces, Néoptolème, voilà ce qu'on appelle vertu.

Vertu... je n'y crois plus, Néoptolème.

Mais écoute-moi donc, Néoptolème ?

Néoptolème, il n'y a pas de vertu.

Néoptolème !... Il n'entend plus...

 

E Filottete s'addormenta: Ulisse gli si avvicina, prende l'arco e pronuncia parole di ammirazione per la magnanimità del dormente, che dopo la partenza dei due si risveglia, e dice con calma solenne : «Ils ne reviendront plus ; ils n'ont plus d'arc à prendre... Je suis heureux. »

« (Sa voix est devenue extraordinairement belle et douce ; des fleurs autour de lui percent la neige, et les oiseaux du ciel descendent le nourrir). »

Prometeo ci rattrista : Filottete ci consola. Filottete non riesce a definire la virtù, non riesce a parlare dell'ideale con tutta la sottigliezza con la quale ne ragiona Prometeo ; ma la sua anima è infinitamente più vicina al bene che non l'anima dell'altro ; perchè egli pur senza rendersi ragione di che cosa sia, opera secondo la virtù.

Dubita è vero per un momento anche dopo aver compiuto la sua eroica azione: ma quando si desta è felice, e i fiori della terra e gli augelli del cielo che conoscono la verità meglio di noi, lo consolano di profumi e di canti.